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La luce bianca pervadeva l’intero ambiente. Tutto era come annullato in una massima emanazione di luce. Massima e costante.
L’attesa era parte del suo lavoro. La perfezione era la finalità.
Senia a braccia conserte, spalle alla porta automatica, di fronte a un lungo tavolo laccato bianco. Ogni centimetro del suo corpo protetto. Guanti, camice, mascherina, occhiali. I dettami di una ambiente asettico. La perfezione a richiederlo. L’impossibilità di errore.
Alcun suono dagli ambienti limitrofi. Nonostante i rumori assordanti, certi. Nonostante la calca umana, certa. Insonorizzazione perfetta. Attendeva che le giungesse l’ordine preciso. Davanti a sé, sul ripiano, centinaia di provette chiuse ermeticamente. Unici colori della stanza aprìca, immersa di un sole elettrico assoluto, i liquidi in esse contenuti.
Senia sapeva di essere un artista nel suo genere. Senia sapeva che quelle persone urlanti erano lì per lei. Anche se poteva sentirle.
Poi, d’improvviso, lo squarcio vocale provenire dalle sue spalle, all’apertura della porta che dava sul resto del mondo, attutito dalla cabina di transizione a separare con il suo vetro l’ancora esterno:
«Mandarino».
La sola cosa che disse Gregor entrando, anch’egli protetto in una tuta come Senia.
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