Asfalto Statale 5, racconto di Massimo Avenali

Asfalto Statale 5

(tratto da “Entrata d’emergenza”, AA. VV., antologia a cura di Massimo Avenali, Giulio Perrone Editore, Roma 2007)

Numeri
Se si considera un libro di cinquecento pagine, se per ogni pagina si considera la presenza di duemila caratteri, se possono essere utilizzate ventisei lettere, più tutti i numeri, più i segni vari (dalle parentesi a quelli di punteggiatura e così via). Se.
Se quindi all’incirca si può disporre di cinquanta caratteri differenti in totale. Tenendo presente questo e parlando di libri di ben cinquecento pagine… si può arrivare a dire, facendo qualche calcolo, che per comporre ogni sequenza possibile di parole, quindi anche ogni frase di senso compiuto, ogni combinazione e storia ed evento, si può arrivare a dire che ci vorrebbero cinquanta elevato alla un milione di libri di cinquecento pagine, per ottenere tutto ciò che è possibile dire e scrivere e inventare. Ovvero, ogni vita ed evento che sia descrivibile in cinquecento pagine già esiste, già è scritta, in uno dei cinquanta elevato alla un milione di libri. Ogni storia. Ognuna. E pensare che in tutto gli atomi nell’universo sono appena dieci elevato alla ottanta. Metamorfosi. Che trasformano numeri in parole, storie che anche si intersecano e che fuggono, come adesso, sulla statale 5.
Qualcosa da sotterrare
«È sempre mare, capisci? Male che vada c’è sempre una via di fuga… anche qui, nel traffico… se ti volti a sinistra, alla tua sinistra, è mare! È fuga.»
Non la capiva, non l’aveva capita quella mattina perso nel suo fare quotidiano, fisso in avanti con lo sguardo tra le marmitte in coda vibranti e vomitanti fumo, mentre lei entusiasta al suo fianco si frastagliava contro quelle rocce intinte fisse nell’acqua salata. Stolido, gretto, ignorante, insensibile, Greta non comprendeva cosa l’aveva trattenuta così a lungo legata. Ma ora. Cambiato tutto, almeno in quella sua sfumatura di vita. Che non ci aveva proprio pensato lui che sarebbe potuta rientrare un giorno prima dal viaggio all’estero con i suoi, chi mai anticipa di un giorno il rientro per far saltare biglietti aerei e prenotazioni?
Nessuno, a meno di un buon motivo. Che se uno rientra così di corsa da migliaia di chilometri di distanza è che poi in effetti il buon motivo non è così buono. E di conseguenza non è ben predisposto a scoprire fatti che mai vorrebbe scoprire men che meno in quello stramaledetto giorno. E allora poi uno reagisce, esce, esce dal comune che non può capitare tutto così e accade quel che non dovrebbe accadere.
Atrofia affettiva e qualcosa da sotterrare. Per sempre.
Tiburtina Valeria, S.S. 5, Pescara, litorale adriatico alle spalle che il caldo sembra aggrappato alla sua auto che il sole è ancora alto, ma non troppo, che a questa stagione tra estate e inverno… che la temperatura non muta o cambia troppo velocemente che la corsa o fuga che sia trovi un posto opportuno. Per lei. Per sotterrare il rancore. Per sempre. Andata e ritorno asfalto ruvido e a volte sconnesso che passa paesi poche migliaia di anime che stanno frastagliate in interni di gole di roccia. Sputate dai boschi. E che vivono.
Aveva fatto poche volte quella strada e molte di quelle poche volte proprio con chi adesso stava seppellendo nel passato. E ora la mangiava con la gomma veloce rotolante su di essa, strada ancora assorbente caldo da rilasciare durante la notte, caldo e bitume nel misto natura e ruscelli e fuori dalla città sulla costa.
Lacrime. Asciugatesi sulla sua pelle, sul suo viso, righe secche dagli occhi fino al mento, scese sul collo, instradatesi sul suo petto e da lì dentro a bruciarle l’anima. Lentiggini rosse, poche piccole tonde e accese sulle guance, le guardava dallo specchietto retrovisore lasciando la via che correva veloce come se nessun altro potesse ostacolarla o percorrerla, come un’autostrada che taglia viva nelle mura delle case ammassate e gialle dalle pareti porose, come un’autostrada sgombra aperta unicamente al suo passaggio.
Poi
«Cazzo dici Fontana?»
«Signor maresciallo era solo una constatazione la mia, si tratta di fatti e che minchia ci posso fare se le cose stanno così, non le ho scritte mica io le regole matematiche…»
«Un giorno me lo spiegherai perché sei voluto venire a sbattere proprio in un paesino che si chiama Cerchio di poche anime a ridosso degli Appennini, eh Fontana? Che la metropoli più grande a portata di mano è qui sotto ad Avezzano…»
«Maresciallo, se le dicessi che sono venuto qui solo perché sapevo che avrei scassato la minchia a uno come lei allora sì che mi fotterei, ma mica glielo dico… no…»
«Vai lasciamo perdere e invece sbrigati… ma quanto ci metti a infilarti il giubbotto?»
«Scusi maresciallo è che sa che noi siculi non siamo abituati a questo tipo di indumenti, mi riesce strano mettermi un coso del genere, da noi c’è il sole c’è mica il freddo schifoso che fa qui undici mesi su dodici…»
«Ecco perché devi spiegarmi che ci sei venuto a fare, qui, Fontana… comunque muoviti e segna il numero di targa, bisogna raggiungere l’incrocio tra statale 5 e regionale 261, se non ha ancora preso quella strada non ce ne sono altre, vuol dire che viaggia ancora qui sulla Tiburtina, verso l’interno, verso di noi… che storia, ho gli anni e non mi ci abituo mai a queste cose, forse è che qui è sempre come un mondo a parte. Le montagne coprono, a ovest più di tanto non fanno guardare, e anche a est… il sopra e il sotto non hanno verso Fontana, questi paesi non esistono, stanno fuori, c’è gente che non ha mai messo piede oltre la prima curva dopo il cartello della fine della zona abitata.»
«Sì ma quelle sono persone che hanno novant’anni maresciallo, scusi ma…»
«Dai, vediamo che succede da quelle parti e falla finita con quel giubbotto che mi metti ansia!»
«È questa fottuta cerniera maresciallo, che minchia ci posso fare se s’incastra?»
«Eh!, faremo un esposto alle sartorie della stato! Forza e muoviti! Cha va bene che è ancora tempo di giornate lunghe ma il sole mica resta fino alle otto, guarda che sta già scendendo… e c’è un pericolo che corre su questa strada, che bisogna fermare subito prima che faccia altre cazzate.»
«Perché è così in apprensione maresciallo?»
«Perché… abitudine… a star nel bosco come gli orsi e sentire le lamentele della comare perché ho sequestrato quel catorcio di motorino a suo nipote, ecco quale abitudine…»
Pensare che
Dicevano che avrebbe piovuto oggi, dicevano che eravamo una bella coppia noi, dicevano che… mi sembra che qualcuno mi stia seguendo, mi sento osservata, sento che sono sporca che sto nascondendo qualcosa un fatto atroce che qualcuno lo sa ed è dietro di me proprio appena un istante dalle mie spalle, come un soffio sul collo un soffio umido che è un fiato oleoso e maleodorante. Ma. Gli specchietti retrovisori rivelano solo una lingua di bitume che si snoda e scivola in fondo, nessuno su quel nastro asfalto. Nessuno ad alitarmi sulla pelle, dietro. Il sole è alto ancora, le case poche ai lati slittano sul primo freddo autunnale ma non è freddo oggi forse è ancora… arsura, allora, che ho sete, devo fermarmi, devo trovare prima il posto però non posso scendere dalla macchina e risalire e avere ancora quella roba nel portabagagli. Che puzza. Sento la puzza, penetra. Mi strapperei i vestiti di dosso e gli darei fuoco. Fetore, lo schifo lo sento addosso e l’ho impacchettato e saperlo dietro nel portabagagli della macchina mi riporta a tutto quel che credevo fino a questa mattina… che stronza! Che stronza che sono come ho fatto a non intendere… che idiota che sono dovevo farlo prima se lo meritava quel bastardo se lo meritava e forse è stato troppo poco tutto troppo veloce avrei dovuto avrei dovuto avrei…
«Ah!»
Colpo di sterzo a destra veloce, niente tempo per pensare è l’istinto un colpo d’occhio che muove le braccia nello stesso verso e la macchina quasi si alza su un lato ma invece no, sbanda devia di sedere Ah! resta stessa corsia ma verso opposto e ancora non si ferma e va all’indietro ruotando e quando è il momento che si ferma?, che prima o poi si ferma, pensi… il momento due forze di verso contrario applicate all’estremità di un braccio generano un momento una rotazione e il braccio è la sua macchina con lei dentro e… che cazzo si va a pensare certe volte in certe situazioni che sono così repentine che se ti salvi prima di chiederti come hai fatto a salvarti o a donarti devoto a un qualche santo allora prima ti chiedi ma come ho fatto a pensare tutte quelle cose?, tutte quelle idiozie in istanti talmente striminziti ed estremi? Ah! Che è tutto in quella frazione veloce che così veloce che però è come interminabile che riesci anche a pensare, incredibile!, non a come risolvere la situazione che è impossibile ma pensare al fatto, incredibile!, che deve aver termine quel mondo rotante che vien quasi da vomitare per come gira attorno mentre tu lo guardi da dentro ancora appeso al volante tutto verso un lato e gli occhi sbarrati Ah! che quella macchina che ti sta venendo contro veloce che si baciano i due idioti mentre lui guida e non vede che poi ondeggi e sbandi all’indietro come una frusta contro il guardrail e quel metallo freddo e grigio grezzo quasi nel collo te lo senti percuotere mentre scoppia un fanale vetri spessi in pezzi e quello lì ancora non guarda avanti. Che, quanto tempo è passato? Davvero poco. Ah! E gli occhi così sbarrati e aperti e umidi e grandi che potrebbe entrarti dentro con tutta la sua auto sgusciarti dentro mentre lei che lei se lo bacia il ragazzo alla guida, entrarti dentro dagli occhi per intero senza battere ciglio e fracassarti l’iride per impantanarsi nel viscidume di cervella! Ah!
Nicola
«Guarda Nicola, che bella macchinina che hai! Ma chi te l’ha regalata?»
Non risponde Nicola, sguardo sereno, perso nel sedile lato passeggero, cintura ben stretta. Statale 5. Velocità moderata madre alla guida che osserva suo figlio. Che quasi si chiede se da grande si ricorderà di quando con la mamma andava in giro per quel verde nella gola di San Venanzio, che taglia nella roccia una strada a far quasi dimenticare il mare solo pochi chilometri alle spalle.
Statale 5
Statale 5, è una lingua e un serpente, ha papille gustative che si perdono nel muschio e nelle foglie e nell’odore acuto della roccia. Ha squame. È un pesce che è un rettile che trascina con sé il salmastro mentre già la sua pelle bitume si spacca da sotto trafitta da radici secolari. Ma è un serpente soprattutto, è come quelli in letargo che curvano piano tra le tue mani alla festa dei serpari di Cocullo, docile che passa tra vite sapiens che dominano la bestia ma solo quando è intorpidita stupida e stanca…
Si avvicinò all’orecchio del maresciallo che fermo in piedi all’incrocio delle due strade scrutava l’intorno assente, a pochi passi la stazione ferroviaria, per fermare chissà cosa che poteva passare per quelle parti sperdute, l’intorno, nubi grigiastre e violacee a coprire. Fontana in lente parole scandite, mentre un vento levava rami secchi e leggeri da terra, Fontana all’orecchio del suo superiore abbandonando il suo dialetto catanese e scandendo quasi atono e inumano, quasi proveniente da un tempo altro. Caldo e avvolgente così alieno che eccita e si attende temuto e bramato, bramato… la voce di Fontana, lenta, scandita nell’orecchio, flebilmente imponente e insinuante:
«Maresciallo, la statale 5 è un… s e r p e n t e…»
Quasi l’istinto di mettere la mano alla fondina, per controllare che la pistola d’ordinanza fosse alla sua vita, per essere conscio di poter ancora tutelare la sua persona. E invece alcun movimento. Omone di montagna. Lupo di quei panorami, ma domestico, senza un branco, nella sera avanzante precoce tra quelle gole e la vista più difficoltosa e tra poco notte addirittura. La temperatura scende appena il sole cessa, ma non è ora. Mentre invece. La gola secca e le labbra sue aride, quelle sottili e morbide di Fontana era come se le sentisse così limitrofe da pensarle pronte ad appoggiarsi lievi al suo orecchio. Quasi come se già fossero, lì, a iniziare ad assaggiarlo a divorarlo dolcemente e a entrargli nella testa. Nella testa.
Effetti collaterali
L’ho ammazzata, è uscita l’ho vista e ora che faccio… che faccio? No, scappo via non torno indietro vado a casa ad Avezzano da mia moglie e mia figlia e chissà che magari nessuno ha visto… c’erano altre macchine c’erano altre macchine… ma… non c’entro nulla io sorpassavo mi ha sbandato il camion forse una macchia d’olio e… dove cazzo avevo la testa, via, via a casa… quando ho sterzato per rientrare dal sorpasso ho tagliato la strada a quella ragazza, l’ho sbattuta fuori Dio mio l’ho mandata fuori strada… dal retrovisore l’ho vista rimbalzare e puntare contro quell’altra auto che seguiva… quella ragazza… l’ho vista dallo specchietto che girava e girava e io… ho accelerato, ma che mostro sono, sono scappato, ma che bastardo sono? Ho paura. Oh, Dio…
Sinapsi e Psiche
Il maresciallo, che certi pensieri un uomo come lui mai averli certi infimi istinti, il maresciallo mano veloce alla fondina con il quasi timore che sia vuota, si volta di scatto a trovare le labbra di Fontana su di lui per piantare veloce con l’altra mano una spinta sul suo volto, perché è lì. Lo ha sul collo, il suo mento poggia quasi nel collo e la lingua già saggia il suo lobo.
«Che cazzo ti pensi di fare?!»
Fontana si volta come scosso violentemente da un sogno, Fontana è turbato seccato indispettito mentre una mano corre veloce alla fondina, BAM!
Starai bene da loro
«Nicola, lo sai che andiamo dai nonni? Ti porto da loro, vedrai che starai bene, lo sai quanto ci tengono a te, vero? Farai una vacanza, sarà una vacanza… poi la mamma tornerà presto… va bene?»
Il sole da un po’ ha toccato il punto più alto, scorre l’auto con Nicola e la madre, mentre il piccolo si aggrappa fuori, al fuori, ogni particolare, da apprendere, semplice e colorato.
Castel di Ieri
«È un nome che mi ha sempre affascinato maresciallo, come una bella femmina misteriosa, dal sangue bollente signor maresciallo, non so se mi spiego. Castel Di Ieri è un nome che fa pensare a un tempo che è già trascorso mentre invece lo consumi tu stesso in quell’istante, perché ti trovi lì, dove è ieri e invece è il tuo attimo attuale, sa di fiabesco, sa di contorto è come una storia che viene raccontata e non è realtà perché esce fuori e inizia più o meno così, magari con effetto nebbia leggera intorno che si posa sull’immagine che si costruisce a seguito delle parole… C’era una volta un castello, un castello detto ‘di ieri’, dove il tempo non era lo stesso, dove le lancette scorrevano più lente e l’oggi non era ancora oggi ma era soltanto ieri…»
Tornare indietro verso Cerchio, verso le montagne, che tutto è montagna intorno senza direzione, tornare indietro e il paesaggio scorre e il maresciallo guida che vuole guidare sempre lui e la macchina sirene spiegate che attraversa il silenzio di Castel Vecchio Subequo e poi Castel Di Ieri, tutti castelli i nomi di questi paesi di poche anime e… un vecchio che Fontana osserva, il vecchio c’era anche prima lì su quella panchina di Castel Di Ieri e non era ieri era appena una mezz’ora precedente ma percorsa nella direzione opposta per raggiungere quell’incrocio con la SR261. Sguardi che si incrociano, il vecchio ride, da solo, forse divertito dalla sirena e dalle luci in funzione. Fontana lo osserva allontanarsi, fermo sulla sua panchina verde sverniciata e muro giallo rotto alle sue spalle. Mentre ora è il tornare indietro, verso il punto di partenza, tornare a ripassare il valico di Forca Caruso dopo aver scavalcato la roccia alta a tornanti, che proprio verso Cerchio punta l’auto inseguita. Che come ha fatto a passare inosservata…
«Come ha fatto a passarci davanti senza che ce ne siamo accorti? Non è possibile Fontana, deve averci anticipato di poco allora… però, no, ci saremmo incrociati mentre stavamo andando verso il bivio, questa è l’unica via… fortuna che non è trascorso troppo da quando quel tizio ha segnalato in centrale il suo passaggio… diceva che andava piano grazie a Dio, direzione Avezzano, se restavamo in centrale ci passava davanti porco Giuda!»
«…»
«A momenti lo investiva quel vecchio, una fortuna che abbia preso la targa e chiamato subito i nostri…»
«Comunque all’andata abbiamo incrociato tre vetture ma nessuna mi sembrava quella che stiamo inseguendo… ah, una cosa Maresciallo… poco prima della chiamata radio, scesi dalla macchina, si è girato di scatto verso di me e mi ha detto qualcosa tipo cazzo credi di fare!… mi sembrava un po’ fuori se devo essere sincero… solo che non ho capito, stavo troppo distante d’altronde… ma che minchia voleva maresciallo?»
La strada scivola umida, asfalto bagnato e piccole gocce discendenti, il motore del fuoristrada romba, che faccia tacere quel siciliano a fianco. La mano ruvida e massiccia del maresciallo di montagna stringe possente il pomello del cambio e lo sposta come se volesse sradicare la leva e tutti gli ingranaggi connessi, presa salda: seconda, terza, seconda, terza, quarta. A cambiar marce di continuo che i giri restano alti e i pistoni urlano che quasi sbattono andata e ritorno veloce contro la testata e presa sicura della mano che suda e non scivoli a lato, non slitti per errore in una curva troppo stretta e ardita, che non scivoli su quella coscia soda e giovane dal sangue caldo siculo che gli scorre dentro. Che non accada! Mentre poi non si fermerebbe più, mentre al volante ora stringe i denti e nel cervello ha alcuna risposta sensata, mentre piange e gli scappa una lacrima e suda come un porco e puzza ormoni e fuori la pioggia scroscia adesso improvvisa dopo un timido inizio.
FSSS!
Terza, seconda, prima. Angolo della strada già pozze di fango guadagnato lentamente. Sosta. Pausa. Fermi. I due si guardano, fuori diluvia, il maresciallo dà un pugno violento al volante.
«Cosa c’è maresciallo?»
«Abbiamo bucato Fontana!»
Greta
Greta, nella sua auto, rumori forti forse ha rotto qualcosa con quell’urto violento contro il guardrail. Ma cammina ancora. E la rabbia di continuare verso la sua destinazione l’ha fatta riprendere quasi subito dallo spavento. Evitato lo schianto non sa come contro l’altra auto. Ha passato da poco il valico di Forca Caruso, oltre si scorgono le pale in rotazione della centrale eolica di Collarmele, che sembra stanca delle pale, che sembra girino a rallentatore. Oltre ancora si arriva a Cerchio e poi altre frazioni e poi Avezzano e se si prosegue si passa, si cambia regione, si può trovare il mare ancora ma dall’altra parte, oltre Roma. Ma, Greta, le basta fermarsi molto prima.
Qualche chilometro, in una stradina sterrata che abbandona la Tiburtina e che conduce a nulla e si perde nella vegetazione. Un uomo piange, tira calci al suo furgone, L’avrò ammazzata, Dio, l’avrò ammazzata!, si ripete. E picchia la lamiera del suo mezzo, e urla. Urla. Mentre è una pioggia a battesimo dell’angoscia.
Sorpassa un’auto accostata di lato, la centrale eolica sempre più vicina, tra gli sportelli aperti una madre che aiuta il figlio piccolo a fare pipì. Di corsa, che le nuvole grigie e cariche pioggia alle spalle, da est, stanno arrivando con il buio. Sorride Greta, e prosegue. Che è quasi arrivata, che può sotterrare finalmente ciò che è stato.
Domande
«Mamma perché abbiamo preso questa macchina?»
«Nicola, che domande, ma perché è più spaziosa…»
«E questa poi ce la teniamo mamma? Mi piace, sai? Lo dici a papà se ce la possiamo tenere?»
«Questa poi dobbiamo riconsegnarla Nicola, non è nostra, è solo in prestito. Sai, l’autonoleggio mica le vende le automobili, le affitta soltanto, un po’ come quando d’estate prendiamo il pedalò e poi lo riportiamo… non lo teniamo per sempre… ci facciamo un giro e poi torna al suo proprietario… capito?»
«Ah, capito…»
Fine?
Arrivata, spento il motore, si sale a piedi che inerpicarsi con l’auto in quelle condizioni è poco raccomandabile, magari nell’incidente ha rovinato i freni, la macchina è uno schifo, lei è uno schifo, trema ancora. Ma ha la sicurezza di chiudere un capitolo. E allora sorride, come quando prima ha visto quel bambino fare pipì. Sorride, trema ma è leggera, dentro. Però velocemente, il baule non è piccolo, pesa anche un po’, lo trascinerà per la stradina sterrata che sale dalla Tiburtina ed entra nel territorio di quei giganti eolici, che il vento pare lo creino loro stessi. Si sente. Si sente come l’aria viene tagliata, che tagli anche quel tanfo nascosto ancora nel portabagagli, che se lo sente nelle narici, una puzza sporca di vita passata.
Greta, la macchina che perde liquidi e mezza accartocciata alla deriva della statale, sta finendo un incubo iniziato soltanto quella mattina ma avvertito subito come da sempre bastardo presente nella sua carne. È qui che deve chiudere i conti. Sotto una delle pale che dominano la Piana del Fucino.
Carica di un baule, una piccola tanica e una zappa, che è meglio salire a piedi piuttosto che rischiare di slittare con la macchina su ghiaia, fango ed erba. Il sole sta scendendo verso il Lazio, un altro mare, si immerge nel Tirreno lì, mentre alle sue spalle a est è blu scuro saturo e nuvole che sfuma già quasi in nero e davanti, a ovest, è arancio intorno alla palla liquida nel cielo che ribolle e acceca di ultimo caldo, arancio che muta in colori freddi lievemente che non te ne accorgi e la tavolozza dei colori di alcun artista potrebbe replicare tanto. Mentre intanto lievi scendono delle gocce, che sembrano stridere con quel quasi tramonto, che sembrano accendersi mentre iniziano a bagnarle il viso e quelle lentiggini sulla sua pelle, sul viso, rosse lentiggini.Si sbiadiscono. E sciolgono.
E.
Sarà notte poi. Di questa giornata di emergenza, che si trova ovunque, la vita ne è piena. Divora il quotidiano, che neanche si fa più accorgere di farlo. Ed è un grigio sottopelle retrogusto dentro amaro. L’emergenza è nella notte, ora, che spenga questo giorno e si accenda in qualcosa di diverso e migliore.
Chilometri
Dietro.
«Fatto maresciallo, possiamo andare, cambio gomma in meno di cinque minuti, neanche i tecnici della Ferrari…»
«A me non sembravano proprio cinque minuti, Fontana, ma va bene sbrighiamoci che questo non voglio farmelo scappare, che giornata di merda… e come siamo bagnati!»
Sudore e pioggia tra una lacrima sulla guancia sinistra, il maresciallo si rimette al volante, ha il respiro debole, Fontana lo osserva, lo sente ma non si volta, ora vuole pensare a raggiungere quella macchina. La luce va affievolendosi, la strada è bagnata, piove ora più abbondante, ma oltre forse no, forse non piove più avanti che il paesaggio muta e muta come stagioni che vanno a chilometraggio che si passa dal freddo al caldo, basta passare una montagna che sbarra tutto e magari niente nuvole o comunque un’altra temperatura, addirittura dei fiori fuori stagione che è poi tante altre stagioni nello stesso giorno, partendo dalla costa calda alle spalle per tagliare nelle gole e tra la roccia viva e fredda con la statale e scavalcare il valico direzione Piana del Fucino e.
Rossa roccia ai lati fugge all’indietro, il fuoristrada romba di nuovo, la vegetazione muta, lascia gli alberi, dopo il valico sarà solo erba bassa disciplinata dalla natura assoluta che tondeggia i rialzi, non più acuminati.
Poi, all’improvviso. Un camion in mezzo alla strada, colpo di sterzo veloce, il maresciallo lo vede all’ultimo dopo un tornante che sono tutti tornanti qui salendo verso Forca Caruso e Fontana tace e si regge forte alla maniglia della portiera il camion e…
I carabinieri! Avranno preso la targa, mi stanno cercando, lo sapevo sono fregato sono un idiota… Dio che ho fatto, Dio mio aiutami! Sono un maledetto pirata della strada da fermare, ecco cosa sono, un mostro… ma ormai, perché scappare?
Colpo veloce di sterzo il camion si butta sulla sua destra a bordo della strada che sotto è solo strapiombo che domina la valle. A destra, di colpo, e si arresta. Che vengano a prenderlo.
«Giornata bastarda! Fontana, se non si fosse tirato da una parte lo avremmo preso in pieno…»
Tremano le mani al maresciallo, Fontana non parla, prega i suoi santi da buon ateo disperato di usi e costumi. E pensa a quella strada, bastarda, magnifica, che taglia la penisola.
Pochi chilometri avanti, già meno di prima però.
Greta ha una zappa con sé, una piccola tanica di benzina, mani sporche di terra, sotto le unghie anche, granulosa. Si odora le dita, guarda quella buca profonda, guarda il baule che ha trasportato fin su. Ai piedi del pilone alto di ferro bianco che sembra bucarlo il cielo visto dalla sua base, che sembra piccolo, ma lì ai suoi piedi è il brivido che sovrasta tutto, che se si staccasse una pala in quel momento la dilanierebbe in un attimo. Che come sfregia l’aria ininterrottamente sembra che sussurri qualcosa di fantastico e atroce. Voce di una vecchia senza fiato che narra destini. Mentre la pioggia continua sottile, e le lentiggini sul suo volto scivolano a rivoli sul collo, le entrano dentro. Rosse. Liquide.
«Questa è l’ultima volta che il tuo sangue mi penetra nella carne, bastardo…»
Pochi minuti.
Fatto. Di nuovo sulla strada. È stanca Greta i capelli le si appiccicano sul volto, le labbra tremano che vorrebbero piangere, il corpo è esausto e si butta spalle alla sua auto quasi distrutta. Davanti a sé la statale 5. Deserta. Dietro di lei, più in alto, ai piedi di uno dei piloni, fiamme e fumo che si innalza.
Poi.
Un’auto, velocità moderata, avanti direzione Avezzano.
Nicola attaccato al vetro bagnato con le gocce che si sfaldano all’indietro, Nicola osserva una ragazza che trema e che si asciuga il volto con un fazzoletto, bagnato anch’esso. E macchiato rosso. Che sembra sangue. Che riconosce. Colori. Già visto. Altrove.
Poi.
Sirena acuta fastidiosa da lontano, si avvicina veloce aguzza. Inseguendo. Schizza, che sembra slittare sull’asfalto statale 5. Due carabinieri all’interno, l’uomo alla guida fisso avanti con lo sguardo, l’altro al suo fianco attaccato alla maniglia appena fa in tempo a incrociare con lo sguardo Greta, che è come rapita da quella sirena, che segue passare spedita, che sente dentro come se fosse venuta a prenderla. Per portarla via, avanti verso la piana, dove gli ultimi raggi fanno diafana l’aria umida.
Tre
Interno di una casa, il volto sfregiato di un ragazzo che si irrigidisce e che scatta quando la ragazza al suo fianco passa ovatta imbevuta di spirito sulle sue ferite, per medicarlo.
«Ancora esce sangue, quella stronza… non puoi capire come le schizzava addosso il mio sangue, sembrava un film dell’orrore e che male, cazzo… ma che ne sai, tu ti sei rifugiata sotto le lenzuola… bell’aiuto, guarda, grazie davvero!»
«Senti, Greta avrà reagito in modo ‘forte’, ma fossi stata nei suoi panni anche io ti avrei massacrato la faccia con le unghie… anzi, già tanto che non se l’è presa anche con me, avessi trovato una sconosciuta a letto col mio uomo…»
Due
«Il nostro è un amore che sibila nel vento… bastardo che sei, l’unica volta che sei stato romantico… che lo dilanino le lame di queste pale allora il nostro amore, che se lo trafigga il fumo schifoso delle nostre foto… bastardo, tu e quella schifosa…»
Uno
Un vecchio su di una panchina. Pensa a quando è sceso dal paese ed è andato trovare suo figlio, in città, a Pescara. Pensa a quando lo ha portato in quelle due vie, piene zeppe di osterie e birrerie e caos della Pescara da bere. Pensa. Guarda il nulla, ormai buio intorno. Come era Pescara vecchia un tempo, come la conosceva che ancora doveva crescere.
Lo hanno rovinato il cuore dell’artigianato, la vita, che quella era la vita della città, non quel mucchio di locali… e i ragazzi… ci verranno da fuori, certo, saranno attirati da tutte quelle luci, attratti come zanzare… le luci, come quelle della volante di prima che è passata impazzita… e quei ragazzi, tutti belli rivestiti che la terra che ne sanno loro cos’è la terra?, ammattiti da tutti quei suoni e quelle facciate false ricostruite, tutti, che sembrava un fiume di pecore con abiti belli, tra quelle vie che ubriacano, ti mettono in mostra, ti incattiviscono…
Tutt’intorno è pioggia. Frusciovento. E nero. Gli occhi densi e gialli incastrati nelle rughe che brillano come fosse un animale appenninico. Resta lì seduto, ancora un po’, lo spettacolo è il nulla e il tutto, lì, panni pregni acqua che non gli penetrano le ossa, ossa ormai temprate dagli anni e dalla terra e dai pascoli e dalle botteghe pareti di terra e roccia. E dalla sua vita.
Zero
Non deve rimetterci nessun altro, a momenti investivo quel vecchio prima che attraversava la strada verso quella panchina… che… che chissà cosa doveva mettersi a osservare da lì, che non c’è nulla…
Nulla. Nella sua mente di madre. Mentre pensa a Nicola al suo fianco innocente e. Altrove. Nel contempo. Un uomo esanime massacrato con un coltello da cucina. Intorno a lui delle foto, sparse a terra, impregnate di sangue. Immagini che mostrano un bambino nudo, nella sua cameretta, in diverse pose come fosse pronto a giochi erotici. Che non possono appartenere a un essere così piccolo. Che non possono essere partorite da un padre.

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